Relazione dellaDott.ssa Anna BonannoSpecialista in Patologia
Dott.ssa Anna Bonanno
È un settore specializzato dell’antropologia culturale che studia i fattori culturali e biologici nel campo della salute, oltre che le malattie e i trattamenti a cui sottoporre il malato.
L’antropologia medica ha da sempre costituito un modello metodologico di ricerca sul campo per antropologi ed etnologi, utile a comprendere l’apparente complessità delle tecniche e delle strategie di prevenzione e di cura di popolazioni lontane nel tempo e nello spazio.
i fattori che causano, mantengono e contribuiscono alle situazioni di malattia all’interno delle popolazioni umane;
le strategie e le pratiche che le diverse comunità umane hanno sviluppato per rispondere alle malattie stesse.
Ogni popolazione umana, in ogni epoca, attraverso la propria cultura costruisce una particolare visione del mondo, da cui discende una particolare visione del corpo, e quindi della salute e della malattia.
A partire da una percezione peculiare dell’anatomia, della fisiologia, della biologia, del posto dell’essere umano nel mondo animale, della nozione di normale e di patologico, ogni cultura elabora saperi propri, li trasmette e li declina nella vita quotidiana e nelle occasioni istituzionali.


Antropologia del rapporto medico-paziente
(Prof. Andrea G. Drusini)
Ogni uomo porta in sé la forma intera della condizione umana.
Michel de Montaigne, Saggi, III, 2
L’antropologia medica, come sottodisciplina dell’antropologia dotata di uno statuto definito, compare solo negli anni Cinquanta del Novecento.
Lo scambio fra antropologia e medicina moderna cominciò però già alla fine dell’Ottocento con l’opera pionieristica di Rudolf Virchow: patologo di fama, interessato alla medicina sociale, influenzò fra gli altri Franz Boas, padre dell’antropologia culturale americana.


La prospettiva teorica di Virchow trovò pieno posto nella teoria medico-antropologica soltanto a partire dagli anni Settanta del Novecento.
I primi lavori che, a posteriori, possono essere considerati di antropologia medica si devono ad autori che si occupavano di altro e che, nel descrivere le culture tradizionali oggetto dei loro studi, dedicarono attenzione anche ai sistemi di cura.
Le radici prossime dell’antropologia medica si trovano nella convergenza, alla fine della seconda guerra mondiale, di diverse prospettive di intervento e di ricerca.
Attorno agli anni Cinquanta molti antropologi furono coinvolti dalla politica internazionale nelle questioni di salute mondiale e trovarono posto in ambito clinico e accademico come insegnanti, ricercatori, amministratori e clinici.
Questa situazione permise loro di concentrare ricerche e studi su temi sempre più strettamente legati alla salute e alla malattia.
Il lavoro iniziale di definizione dell’antropologia medica fu reso possibile e facilitato da:
La costituzione dell’antropologia medica in disciplina autonoma non ha una data certa; la prima comparsa del termine si deve a Viktor von Weizsäcker nel 1941.
Gli autori successivi hanno seguito sostanzialmente due percorsi, tra loro in qualche modo complementari:
il malato come persona, al centro dell’atto medico: la “medicina antropologica” di von Weizsäcker
salute e malattia come fatti culturali e sociali, studiati sul campo nelle diverse comunità
Dalla punizione divina alla cellula: come l’uomo ha guardato la malattia

Medico degli imperatori, sistematizza la dottrina degli umori e fonda le sue conoscenze anatomiche sulla dissezione degli animali.
La sua autorità domina la medicina d’Oriente e d’Occidente per quasi quindici secoli.
Celebre la sua teriaca, preparato di decine di ingredienti ritenuto un rimedio universale e venduto nelle spezierie fino all’Ottocento.


Ibn Sina (980-1037), medico e filosofo persiano, raccoglie il sapere greco, arabo e persiano nel Canone della medicina.
Tradotto in latino, il Canone resta il testo di base delle università europee, compresa la Scuola Medica Salernitana e le facoltà di Padova e Bologna, fino al Seicento.

Sbarcata a Messina nel 1347, la peste uccide in pochi anni circa un terzo della popolazione europea.
La malattia torna a essere vissuta come castigo e come destino collettivo: nascono le quarantene, i lazzaretti e le prime magistrature di sanità.
Il medico della peste indossa una maschera a becco piena di erbe aromatiche, contro i “miasmi” ritenuti causa del contagio.


Andrea Vesalio pubblica il De humani corporis fabrica: l’anatomia si fonda sulla dissezione del corpo umano e corregge per la prima volta molti errori di Galeno.
Nel Seicento la lezione di anatomia diventa un evento pubblico, come mostra Rembrandt.


Jenner inocula al piccolo James Phipps il materiale del vaiolo bovino (vaccinia) e lo rende immune al vaiolo umano.
Nasce la vaccinazione: per la prima volta si previene una malattia invece di subirla. Il vaiolo sarà dichiarato eradicato dall’OMS nel 1980.

René Laennec inventa lo stetoscopio e mette in relazione ciò che ascolta nel torace con le lesioni trovate all’autopsia.
È il metodo anatomo-clinico: il sintomo rimanda a una lesione d’organo. Nasce la semeiotica moderna, l’arte di leggere i segni della malattia.

Con la teoria dei germi la malattia ha finalmente un “nemico” visibile al microscopio.


Con la patologia cellulare la malattia è la sofferenza delle cellule: la sede del male scende dall’organo alla cellula.
«La medicina è una scienza sociale»: povertà, igiene e condizioni di vita producono malattia. È il ponte verso l’antropologia medica.
Nell’Ottocento l’arte racconta la malattia dal punto di vista di chi la vive e di chi la cura.
Il medico di Fildes veglia una bambina malata: non ha farmaci risolutivi, ma ha presenza e attenzione. Munch dipinge la sorella Sophie, morta di tubercolosi a quindici anni.



IppocrateGli umori, la clinica

Peste neraQuarantena e contagio

VesalioIl corpo, l’anatomia

JennerLa prevenzione

VirchowLa cellula, la società

Koch e PasteurI microbi
La salute non è,
come nell’idea che ce ne siamo fatti in Occidente,
uno stato di perfetto equilibrio
ma
un gioco dinamico
fra la fisiologia, l’ambiente circostante e le strategie culturali, che chiama in causa la malattia come fase di questo processo.
Le due realtà, corpo “sano” e corpo “malato”, sono state a lungo considerate antagoniste, l’una escludente l’altra.
È tipica la lettura biologica della medicina ottocentesca: si individuava il guasto di un tessuto, di un organo o di un sistema e, una volta riparato, la “macchina corpo” riprendeva a funzionare come prima, cioè tornava in salute.
Negli ultimi cinquant’anni si sono diffusi modelli più articolati sul modo individuale con cui ogni persona avverte in se stessa gli stati di salute e di malattia: non tanto due condizioni distinte dell’essere, quanto momenti spesso compresenti e difficili da distinguere tra loro.
Due funzioni fondamentali consentono a ogni persona di vivere la propria corporeità, nella salute e nella malattia, in modo individuale e autonomo. Servono anche alla mens clinica per formulare un giudizio diagnostico capace di cogliere i tratti essenziali dell’originalità personale:
l’equilibrio interno dell’organismo
la percezione del proprio corpo
Abitualmente, con il termine omeostasi ci si riferisce all’insieme dei due aspetti.
Indica «la sensazione vaga che si ha del nostro essere, indipendentemente dal concorso dei sensi»; oppure, secondo Deny e Camus, la sensazione dell’esistere data dalla sensibilità vaga e debolmente cosciente, nello stato normale, di tutti i nostri organi e tessuti, compresi gli organi di senso.
Nel Dizionario medico italo-inglese di M. L. Petrilli (Le Lettere, Firenze 1992) coenesthesia è definita “sesto senso”: una scelta sintetica e convincente.
Per cenestesi si intende l’avvertenza, comune a tutti, del proprio corpo come di un insieme in stato di “normalità” o meno.
È difficile classificare certe sensazioni come segnali sicuri di un’anomalia che sta emergendo: ed è proprio qui che la percezione di una rottura biologica si carica di infinite caratterizzazioni personali, psicologiche, socio-culturali, ideologiche, religiose.
Se dunque un corpo può definirsi “in salute” quando tutti i suoi comparti omeostatici funzionano a perfetto regime, la malattia dovrebbe essere intesa come evento fisiopatologico conseguente alla rottura di uno o più di questi sistemi.

1893 · Oslo, Nasjonalmuseet
Olio, tempera e pastello su cartone
L’angoscia diventa forma: il corpo e il paesaggio si deformano insieme. È la cenestesi resa visibile, la sofferenza percepita prima ancora di essere spiegata.
Il volto come specchio della malattia
Lo studio della facies, cioè dell’aspetto del volto nel suo insieme, fa parte dell’esame obiettivo, rivolto a raccogliere gli elementi obiettivi relativi a:
In semeiotica è l’aspetto fisionomico caratteristico di certe malattie o sindromi morbose.
Poiché i caratteri particolari sono più evidenti sul volto, la parola ha un significato assai vicino all’italiano faccia. Le alterazioni espressive possono derivare da modificazioni delle componenti anatomiche del volto, ma anche da fattori di ordine psichico.

Le caratteristiche della facies sono largamente influenzate da:
Le alterazioni della struttura ossea del capo danno luogo a tipi particolari di facies. Sono tipici della sindrome di Down:
Descritta da John Langdon Down nel 1866 con il termine “mongoloide”, oggi abbandonato; la causa (trisomia del cromosoma 21) fu scoperta da Jérôme Lejeune nel 1959.


La facies orientaloide è tipica di alcune emopatie costituzionali (talassemie):
L’anemia mediterranea è frequente proprio in Sicilia e nel Sud Italia.

Il volto è allungato per l’abnorme sviluppo dei mascellari, soprattutto dell’inferiore, con prognatismo e diastasi dei denti.
Bozze frontali, zigomi, arcate sopraorbitali e mastoidi sono sporgenti; i lineamenti sono marcati, la cute è spessa, il naso ingrossato e slargato, le labbra carnose e sporgenti.

È una patologia endocrino-metabolica dovuta a un’eccessiva secrezione di ormone della crescita (GH, growth hormone); provoca una progressiva deformazione del volto, delle mani e dei piedi.
La causa è un tumore, di solito benigno (adenoma), dell’ipofisi, piccola ghiandola endocrina situata alla base del cervello.
L’eccesso di GH aumenta, nel fegato e nei tessuti, la produzione di IGF-I (Insulin-like Growth Factor I), l’ormone che media gran parte degli effetti del GH ed è responsabile della maggior parte dei segni e dei sintomi della malattia.
È caratterizzata da accumulo di grasso alle guance e da imbibizione dei tessuti del viso, per cui il volto assume una forma rotonda, “a luna piena”.
La cute è tesa, lucente e arrossata: per il suo assottigliamento lascia trasparire la vascolarizzazione sottostante e la poliglobulia.

Tipica dell’insufficienza surrenalica cronica (morbo di Addison): è una facies emaciata, dall’espressione astenica, con cute di colore bronzino.
Descritta da Thomas Addison nel 1855: anche il presidente americano J. F. Kennedy ne era affetto.
Sporgenza dei globi oculari (esoftalmo) con retrazione delle palpebre superiori (occhi sbarrati).
La mimica facciale è vivace e contrasta con la fissità dello sguardo, dovuta alla rarità dell’ammiccamento: ne risulta un’espressione mista di ansia e di terrore.
Morbo di Graves-Basedow


Nelle porfirie eritropoietiche la pelle esposta alla luce è estremamente fragile: compaiono bolle, erosioni e cicatrici soprattutto su naso, labbra e guance.
La luce solare diventa il “nemico” della pelle: fotosensibilità.

Malattia genetica rara in cui la pelle non riesce a riparare i danni causati dai raggi ultravioletti.
Sul volto compaiono precocemente lentiggini fitte, secchezza, macchie e, col tempo, tumori cutanei: la protezione totale dal sole è la principale cura.

Segni cutanei:
2 segni maggiori per la diagnosi definitiva.
Harris-Stith R, Elston DM. Tuberous sclerosis. Cutis 2002; 69: 103-9.



Ipoplasia dermica focale



Rarissima malattia con crescita eccessiva e asimmetrica di ossa, pelle e altri tessuti; prende il nome dal dio greco Proteo, capace di cambiare forma.
Si ritiene che ne fosse affetto Joseph Merrick, l’“uomo elefante” dell’Inghilterra vittoriana, reso celebre dal film di David Lynch (1980).
Dott.ssa Anna Bonanno · Palazzo D’Amico, Milazzo · 23 ottobre 2026
Locandina, foto cliniche, Montaigne, Virchow a Parigi, L’urlo: dalla presentazione originale della Dott.ssa A. Bonanno.
Le immagini storiche provengono da Wikimedia Commons:
Papiro Edwin Smith — foto Jeff Dahl, pubblico dominio.
Ippocrate — P. Pontius da P. P. Rubens, 1638, pubblico dominio.
Galeno, incisione — Wellcome Collection, CC BY 4.0.
Vasi da teriaca — Wellcome Collection, CC BY 4.0.
Canone di Avicenna, manoscritto 1597 — pubblico dominio.
Doctor Schnabel von Rom — Paul Fürst, 1656, pubblico dominio.
Il trionfo della morte — P. Bruegel il Vecchio, Museo del Prado, pubblico dominio.
Vesalio — attr. a Jan van Calcar, Fabrica 1543, pubblico dominio.
Lezione di anatomia del dottor Tulp — Rembrandt, Mauritshuis, pubblico dominio.
Jenner vaccina James Phipps — Ernest Board, pubblico dominio.
Laennec all’ospedale Necker — Théobald Chartran, pubblico dominio.
Louis Pasteur — Albert Edelfelt, 1885, Musée d’Orsay, pubblico dominio.
Robert Koch — Wellcome Collection, CC BY 4.0.
Rudolf Virchow — Tucker Collection, pubblico dominio.
Il dottore — Luke Fildes, 1891, Tate, pubblico dominio.
La bambina malata — Edvard Munch, 1896, pubblico dominio.